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COSTRUTTIVISMO


La posizione costruttivista come “radicale” scelta epistemologica nasce da una precisa decisione, vincolata alla presa di coscienza che «non possiamo rappresentarci un mondo non vissuto» (von Glasersfeld, 1981): se aderiamo a questa prospettiva dobbiamo riconoscere che «ciò che conosciamo dipende da come siamo arrivati a conoscerlo» (Watzlawick, 1981), dalle nostre intenzioni e dalle direzioni verso le quali si orienta il nostro sguardo; sempre von Glasersfeld (1982) infatti, proponendo una riformulazione del costrutto piagetiano di “adattamento”, introduce il concetto di “viability” (viabilità): egli ritiene che, dal punto di vista dell’individuo, le sue attività abbiano successo, siano percorribili, quando non incontrino ostacoli posti dai “vincoli ambientali” che sostanziano il proprio campo d’azione e ne direzionano le linee di sviluppo; l’intento di von Glasersfeld è proprio quello di sostituire il concetto di rappresentazione, secondo il suo punto di vista poco aderente al muoversi dell’esperire umano, con una costruzione a questo alternativa, che si possa rivelare in grado di esprimere «la capacità che le anticipazioni di significato dimostrano nello svolgere le funzioni che si (sono) proposte» (Armezzani, 2002).

La “provocazione” costruttivista si costituisce quindi come movimento di frattura e di ripensamento in diversi ambiti disciplinari, all’interno dei quali si impegna a promuovere una discussione critica riguardo ai “dogmi” attorno ai quali le cosiddette “scienze forti” hanno poggiato le proprie formulazioni assiomatiche; in questi termini, dunque, si propone in linea di continuità e di ulteriore sviluppo alla proposta di Husserl (1936) di ri-fondare il campo delle scienze entro un territorio nuovo, “fenomenologico”: secondo il filosofo, infatti, «la persistenza del dualismo soggettivismo-oggettivismo» si dimostra «la ragione fondamentale della crisi della scientificità […] inconsapevole delle sue origini e della natura dei suoi oggetti» (Armezzani, 1994a).

Tutta la realtà è perciò originariamente psicologica, quindi la conoscenza non può che essere interpretazione: in questo senso «la separazione tra soggettivo ed oggettivo non può far parte di questa esperienza, ma è un’operazione arbitraria di cui l’empirismo si serve per decidere i suoi metodi» (ibid.); possiamo quindi trattare come “vera” un’osservazione solo riconoscendone la parzialità, poiché tale si dimostra ogni prospettiva: questo rende conto della necessità di ruotare continuamente gli assi di significato attraverso i quali considerare l’esperienza, in una tensione continua verso la loro costruzione e la loro ricomprensione.

Il processo di conoscenza si fà elaborazione anticipatoria di mondi, di multiverse prospettive tra loro in competizione, cosicché «il mondo “reale” si manifesta esclusivamente laddove le nostre costruzioni crollano» (Bara, 1996), disconfermate da quello che potremmo considerare come il “fondamentale” criterio di validazione degli individui, ossia l’intuizione: non i “dati di fatto”, ma ciò che di più “empirico” possa appartenere all’uomo: l’esperienza.

Il costruttivismo si propone quindi come radicale scienza epistemologica («riguarda la conoscenza, non l’essere» come sottolinea von Glasersfeld, 1981) poiché la realtà dell’esperienza è l’unica che possiamo esperire ed il soggetto ed il “soggettivo” l’unico modo per avvicinarla e comprenderla. «Tutta la realtà è dentro la conoscenza» (Armezzani, 2002); cade ogni artificiale (ed artificiosa) distinzione tra epistemologia ed ontologia, poiché i loro ambiti coincidono, abbracciando necessariamente lo stesso “campo”: l’epistemologia viene così riconfigurata come esperienza di auto-riflessione e l’ontologia come una, e non l’unica, ipotesi di conoscenza costruita come possibilità di esplorazione del mondo.