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COSTRUZIONISMO SOCIALE


Presentandosi, proprio attraverso le stesse parole di Kenneth Gergen -figura di riferimento del modello Socio-Costruzionista- come “movimento, questo particolare approccio raccoglie le riflessioni ed i contributi già discussi dall’ermeneutica fenomenologica, dal costruttivismo, dall’interazionismo simbolico e dalla filosofia del linguaggio, per integrarli nella costituzione di un nuovo paradigma conoscitivo che venga portato avanti da quegli studiosi che, come lui, Steier, Shotter, Harrè (solo per fare qualche esempio), vogliano «essere audaci, rompere le barriere del senso comune proponendo nuove forme di teorie, di interpretazione e di intelligibilità» (Gergen, 1999).

In questo determinato intento il costruzionismo sociale sposta l’accento (che il costruttivismo radicale aveva incentrato sull’uomo come sistema autopoietico ed autoreferenziale) sui significati generati dalle persone nelle circostanze in cui interagiscono, negoziando e costruendo sempre nuove ridefinizioni della realtà.

Seguendo quanto asseriscono Edwards e Potter (1992), «noi viviamo nelle (e attraverso le) identità narrative che sviluppiamo nella conversazione con gli […] altri»: risulta chiaro come questa prospettiva sia interessata a sottolineare il ruolo, o meglio, il “protagonismo”, del linguaggio e delle relazioni sociali nei processi di anticipazione delle esperienze; la conoscenza ed i significati ad essa connessi si vengono così a tratteggiare come distribuiti: non risiedono né nelle persone né nella loro cornice culturale, quanto nell’incontro situato tra partecipanti impegnati in un’ azione (Salomon, 1993).

«Credere alla “costruzione sociale” della conoscenza significa, infatti, creder che la realtà possa essere trasformata e questa spinta pratica e sociale muove la riflessione dei teorici del movimento» (Armezzani, 2002): ancorando la stessa costruzione dei concetti alle pratiche discorsive di soggettività immerse in un “discorso sociale” (Harrè, Gillet, 1994), il fuoco di pertinenza dei nuovi percorsi di ricerca si centra tutto sul linguaggio, concepito, in quest’ambito, non come strumento di indagine ma come potente costruttore di realtà.

Il linguaggio si sostanzia perciò come azione: riflette intenzioni, scelte, valori; è temporalmente e localmente situato in quei contesti sociali che ad esso sono intrecciati e che, tramite questo, contribuiscono ad ordire quegli scenari simbolici atti a conferire credibilità e plausibilità al discorrere degli individui.

Le narrazioni, come scrive Bruner (1990), sono da intendersi come veri e propri “spazi”, nei quali le intenzioni e le interpretazioni possano essere negoziate e continuamente ri-lette e ri-narrate dalle persone: «il linguaggio dotato di significato è il prodotto dell’interdipendenza sociale. Esso richiede l’azione coordinata di almeno due persone e finché non si raggiunge un accordo reciproco sul carattere significativo delle parole esse non costituiscono un linguaggio» (Gergen, 1994).

Proprio da questi presupposti dovrebbe partire quella che Gergen (1999) definisce la “spinta emancipatoria” della psicologia e della ricerca scientifica: un movimento la cui direzione sia imperniata, oltre che sul “miglioramento” dei percorsi di indagine, anche su quello delle persone e delle interazioni sociali per poter offrire loro nuove prospettive di cambiamento, possibili proprio grazie alla consapevolezza che le realtà sono sempre ricostruibili da diverse angolature e attraverso alternative pratiche narrative. «Compito della psicologia» è, perciò, «per i costruzionisti tornare riflessivamente all’esperienza comunicativa, analizzando le opinioni, le aspettative, i significati delle persone nelle loro interazioni sociali, ed esplicitarne le strutture attraverso metodologie create proprio per questo scopo» (Armezzani, 2002).