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INTERAZIONISMO SIMBOLICO


Sviluppatosi dai pionieristici lavori di Gorge Mead alla Chicago University , la prospettiva interazionista ha in seguito occupato un posto di rilievo negli ambiti disciplinari della psicologia, della sociologia e degli approcci socio-costruttivisti e costruzionisti alla psicoterapia. Fin dai primi contributi dello stesso Mead, poi ampliati e formalizzati, tra gli altri, da Blumer, Coley, Lemert, Matza, Goffman e Harrè, questa prospettiva teorica si è interessata a riconcettualizzare la persona come agente attivo, intenzionato ad agire nel proprio contesto di vita ed in grado anticipare il senso e la direzione delle proprie azioni.

Attraverso le “lenti” di quest’ottica conoscitiva, quindi, l’indagine delle determinanti, delle istanze causative dell’agire umano perde d’interesse per la ricerca, poiché l’ “oggetto” ne diviene il soggetto che, in quanto tale, è considerato «capace di agire secondo regole e piani preordinati. Queste ultime poste in relazione con la competenza del soggetto sulle norme situazionali e con il potere da lui posseduto nel sostituirle o nel modificarle» (Salvini, 1998).

Ripercorrendo il lavoro di James (il quale concettualizza l’alterità come motivo strutturante il sé attraverso il gioco di continui rimandi tra l’ “io”, istanza conoscitrice che agisce e percepisce, ed il “me”, il riflesso sociale di questa), Mead (1934) propone una visione dialogica del sé, che egli concepisce come impegnato a negoziare valori ed intenzioni proprie (l’io) con quelle dell’ “altro generalizzato” (il me), le quali, amalgamandosi inscindibilmente tra loro, danno vita ad un’interazione specifica nella quale prende corpo un’identità originale ed unica, fusa attorno a questa relazione. Mead ritiene che la mente non appartenga alle persone, quanto piuttosto che si generi attraverso l’interazione tra attori all’interno di un contesto specifico: sarà allora questo il fuoco di pertinenza delle riflessione teorica e della ricerca di questa prospettiva che, nel terreno dell’intersoggettività, fonda la propria matrice concettuale e le proprie implicazioni pragmatiche.

Se, come afferma Goffman (1961), «chi entra in una posizione trova virtualmente un sé», adottando una prospettiva interazionista anche i processi di costruzione dell’identità possono essere compresi come prodotti «attraverso il linguaggio e l’azione, quando l’individuo si autopercepisce come entità dotata di rilevanza sociale e fà proprio il punto di vista dell’altro come guida del proprio agire» (Salvini, 1998), selezionando attivamente quei repertori di comportamento culturalmente disponibili che reputa più adeguati al proprio ruolo ed alla situazione sociale nella quale sceglie di calarsi.

L’Interazionismo Simbolico si propone quindi come chiave interpretativa di questa realtà psicologica plurima e sfocata, sviluppando un impianto meta-conoscitivo che, nella flessibilità e nella multidirezionalità, fonda le basi del proprio sapere.