MODELLO STRATEGICO


Il Modello Breve Strategico in Psicoterapia è stato introdotto e sviluppato da Giorgio Nardone (Centro di Terapia Strategica di Arezzo) e coniuga l’intrecciarsi di tre filoni di pensiero e ricerca psicologica e psicoterapica.

Dall’approccio sistemico (Cibernetica di I Ordine) gli studi sulla pragmatica della comunicazione e sui contesti comunicativi del MRI coordinati da Paul Watzlawick, la Teoria del Doppio Legame di Gregory Bateson e il costrutto di retroazione (feedback); dal Costruttivismo Radicale (Cibernetica di II Ordine) l’assunzione che ciò che percepiamo e nominiamo come “realtà” sia il frutto dell’interazione tra il punto di osservazione assunto, gli strumenti impiegati ed il linguaggio che utilizziamo per comunicare con ed in tale “realtà”. Da qui l’asserzione che non esista “una” realtà “vera ed unica” in sé, quanto piuttosto tante quante le diverse interazioni tra individui e “realtà”.

Dall’approccio ipnoterapico senza trance di Milton Erickson, infine, gli apporti alla Clinica (comunicazione indiretta, persuasoria, suggestiva, ingiuntiva, paradossale, retorica “pascaliana”), il costrutto di utilizzazione e di ricalco del linguaggio e delle rappresentazioni personali, il ricorso a frasi, immagini, metafore, racconti evocativi ed enigmatici.

La coagulazione strategica fonda il proprio perno di azione attorno al costrutto di “Tentata Soluzione”: non sono gli eventi in sé problematici o traumatici (ad esempio il primo “attacco di panico”) quanto piuttosto le soluzioni tentate (e quindi non efficaci) che le persone escogitano per porvi rimedio, le quali ingesserebbero i problemi in circuiti chiusi e disfunzionali (ad esempio evitare di uscire da soli per la paura di un nuovo “attacco”). Per questo, secondo il Modello Strategico, un problema si conosce solo attraverso la sua soluzione!

Cambia allora radicalmente anche il concetto di diagnosi, che diventa uno strumento pragmatico-operativo capace di “fare cose con le parole” (Austin docet): la diagnosi diviene definizione serrata e stringente della situazione problemica e processo di costruzione e ricostruzione risorse personali e di obiettivi di cambiamento.

Non solo, l’applicazione di standard di intervento (protocolli) replicabili e trasmissibili, anche se declinabili in strategie, tattiche e tecniche di cambiamento, permette al modello strategico di disporre di potenti indicatori di efficacia ed efficienza terapeutica.

I protocolli di trattamento strategici propongono progetti di intervento brevi ed orientati all’eliminazione del sintomo disfunzionale (es. “attacco di panico”, “bulimia”, ecc…): la concezione basilare è che la risoluzione del problema richieda la rottura del sistema circolare di retroazioni tra individuo e realtà (ovvero lo “sblocco” dalle tentate soluzioni), il quale alimenta la problematicità della situazione ed una sua ridefinizione, ovvero il cambiamento delle percezioni e delle concezioni del mondo che inducono comportamenti e pensieri disfunzionali.

Questo, attraverso una serie di manovre e procedure retoriche orientate all’azione: cliente e psicologo lavorano assieme alla soluzione del problema, impegnandosi nell’individuazione e nella costruzione di “eventi casuali pianificati”, ovvero di azioni strutturate inserite nel contesto quotidiano del cliente che lo conducano “senza resistenze” a modificare la percezione del problema e le reazioni ad esso, così come a sviluppare un senso di autonomia e di autoefficacia che egli stesso possa esperire ed utilizzare nel proprio futuro.