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MODELLO OLISTICOVolendo incorniciare questo modello entro un perimetro concettuale sovraordinato potremmo far affidamento alle parole di Capra (1996), il quale lo definisce ecologico, proprio perché accoglie «tutti gli esseri viventi» come «membri di comunità ecologiche legate l'un l'altra in una rete di rapporti di interdipendenza» (ibid.): in questo senso «il rapporto tra una percezione» olistica di mondo «ed un comportamento corrispondente non è [...] logico ma psicologico» (ibid.) ovvero irriducibilmente compenetrato nell'esperienza di essere parte «della trama della vita» (ibid.). Riprendendo le fila del discorso prima interrotto, le principali teorizzazioni dei costrutti di "salute" e di "malattia" possono, schematicamente, «essere poste lungo una linea su cui sono collocate: «- ad un estremo, la visione individualista e bio-medica della salute. [...] Su questo estremo si colloca il paradigma scientifico occidentale: dai tempi di Galileo, di Descartes e di Newton le tecniche terapeutiche idealmente rispecchiano i criteri della conoscenza razionale, dell'obiettività e della quantificazione. Le concezioni che stanno alla base della moderna medicina e psicoterapia occidentali rappresentano i valori più alti dell'individualismo; - all'altro estremo, la visione transindividuale, energetica, spirituale e contestuale dei disturbi. [...] Su questo estremo si trovano differenti culture tradizionali (le quali generano pratiche curative che presuppongono la presenza di una dimensione trascendente dell'individuo e indicano l'origine della salute nell'equilibrio con il gruppo e con l'ambiente, nel rispetto dei valori e dell'ordine sociale.» (Pagliaro, Martino, 2003) All'interno di queste due matrici di senso, la relazione terapeutica si configura attraverso modalità peculiari ed assai differenti: nel modello meccanicista occidentale colui che cura è un esperto specializzato rispetto ad un ristretto e delimitato distretto anatomico o parapsichico, sul quale è socialmente legittimato ad esercitare, in funzione dell'esclusivo dominio di conoscenze e competenze tecniche, pieno controllo sul malato: la relazione che interconnette le due parti, per dirla alla Bateson, aspirerebbe ad essere istruttiva ed unilaterale. Nelle articolazioni della rete olistica, nell'esercizio delle cosiddette pratiche non-convenzionali, il guaritore «si relaziona» con la persona «prima studiandola nella sua globalità; la sua diagnosi registra [...] lo stato mentale e corporeo dell'individuo e la sua interazione con l'ambiente e le energie universali» (ibid.), ricontestualizzando «il sintomo all'interno delle teorie utilizzate dall'altro, dei suoi processi cognitivi» (Pagliaro, 2004). Come osserva LeShan (1994): il modello olistico «coglie la precarietà dell'idea "nient'altro che"» proponendosi in un coinvolgimento interattivo con questi -reputandolo, quindi, primo esperto della propria condizione, come replicherà anche Kelly (1955)- e accogliendolo come tutto, non come parte o "pezzo" ammalato. Proprio in virtù di questo intento anche la pratica clinica e curativa che si rifà al modello si propone, prima di tutto, come integrata -ovvero inscindibilmente mentale, fisica ed energetic]- poggiando il proprio intervento sui cardini concettuali delle discipline e delle pratiche tradizionali attorno alle quali è stata modellata così, ad esempio, dal Taoismo il monito alla in-azione. «Buona parte del [...] lavoro consiste nell'insegnare alle persone lo spostarsi dall'azione alla non-azione e a sviluppare un certo grado di calma e di serenità della mente. Siamo soliti paragonare la mente ad uno specchio d'acqua che si increspa sotto l'effetto di un forte vento. Molte persone sono convinte di dover fare chissà quale sforzo per eliminare le increspature, come se la calma derivasse dal collocare una grande lastra di vetro sulla superficie delle onde. Basterebbe invece andare sott'acqua per ritrovare la calma, lasciando le onde dove sono [...]. Non bisogna infatti aspettare il ritorno della calma perché è già in noi. Ciò che conta è imparare il segreto per raggiungerla: lo spirito della pratica consiste nel non fare dei suoi risultati un obiettivo.» (Salzberg, Kabatt-Zinn, 1997) Nella "ventiquattrore" del terapeuta olistico possiamo così trovare tecniche e procedure cliniche che si propongono, innanzitutto, di rilassare il corpo, proiettando la mente su di un punto, su di un oggetto, sulla respirazione o su di un movimento corporeo: l'invito qui (in accordo all'esortazione buddhista di avvicinarsi alla meditazione con la mente dell'iniziato, tentando di concepire ogni sensazione come nuova ed unica) è proprio quello di «pervenire alla purezza dell'osservazione», imparando ad osservare «senza provare desiderio, avversione o indifferenza» (ibid.), per giungere così a "spogliare il pensiero", guardandolo «per quello che è, come semplice pensiero» (ibid.), ovvero come vuoto. «Una volta raggiunto un alto livello di meditazione riusciamo a comprendere che le alterazioni della nostra mente sono puramente casuali. Non sono parte intrinseca della mente, quindi le persone possono liberarsi da esse.» (Goleman, 1997a) La fondazione empirica «dei modelli di mente che si trovano nei testi psico-filosofici buddhisti» pare allora dimostrarsi «un'accurata descrizione del funzionamento di mente» (Pagliaro, Martino, 2003), ovvero di quel «processo interattivo tra le diverse dimensioni individuali, sociali, energetiche e spirituali» (Pagliaro, 2004): difatti la tecnica della meditazione è utilizzata proprio per «ampliare lo stato ordinario di coscienza», sostanziandosi come «pratica della mente che sviluppa la consapevolezza, agisce sulla dimensione energetica e, attraverso l'analisi cognitiva e la visualizzazione [...], tutela la salute» (Pagliaro, Martino, 2003). Tra le pratiche più conosciute che, come abbiamo già accennato, associano esercizi meditativi e di visualizzazione ad attività fisico-corporee, citiamo molto velocemente: la risposta di rilassamento (Benson, Klipper, 1976) legata alle pratiche di meditazione del Mind and Body Institute della Harvard Medical School, diretta da H. Benson; l' esplorazione del corpo, la meditazione da seduti e la consapevolezza del non scegliere[ e la ripetizione (mantrica) di frasi e parole (Goleman, 1997b), attraverso la quale «si cerca di "fermare" la mente e di "mantenerla ferma" per poterla osservare» proprio con l'intento di destrutturare costruzioni mentali cristallizzate, «limitandosi ad osservare il processo naturale della mente [...] nel momento immediato, diretto ed attuale dell'esperienza» (Pagliaro, Martino, 2003). (insegnate nel "programma di rilassamento e riduzione dello stress" da J. Kabatt-Zinn alla Stress Reduction Clinic del Medical Center di Worcester, presso l'Università del Massachussets Il bagaglio metodologico proposto dal modello prevede anche il ricorso ad espedienti narrativi, «sia nella loro forma estesa (racconto, miti, leggende) sia nella loro forma contratta (koan, aforismi)» (Škorjanec, 2000) favorendo così, come riportano le tradizioni induiste e zen, l'apprendimento per enigmi. La pratica dell'attenzione e della concentrazione, l'illuminazione, il satori proiettano l'individuo nell'azione e gliene consentono una subitanea comprensione. Implicito in queste esperienze, che puntano ad allargare i margini della consapevolezza per renderla capace di guidare azione e pensiero, pare essere il medesimo principio sotteso alle tecniche, a noi più familiari, del biofeedback, del training autogeno e dell'ipnosi: tutte queste tecnologie mirano infatti, in accordo con il modello sincretico nel quale si trovano inscritte, a rendere la persona agente attivo nell'interazione ed emanazione, partecipe e responsabile, del proprio percorso di cambiamento. |